Una riflessione sulla saggezza del prendersi il giusto tempo per fare le cose bene, evitando di combinare pasticci per colpa della troppa fretta.
Avete presente quelle mattine dove tutto sembra andare a rotoli? Ti svegli tardi, cerchi di infilarti i calzini mentre bevi il caffè e puntualmente finisce che rovesci tutto sulla camicia pulita. Ecco, a Napoli per queste situazioni abbiamo un detto che è una poesia: “‘A gatta pe’ ghì ‘e pressa, facette ‘e figlie cecate”. Non è solo un modo di dire, è una lezione che ci insegna che quando corri troppo, i risultati non possono che essere un disastro. Proprio come quella povera gatta che, per la fretta di partorire, ha fatto nascere i gattini ciechi perché non avevano avuto il tempo di formarsi bene.

A me succede sempre in cucina. Se provo a fare il sugo in dieci minuti perché ho fame, puntualmente lo brucio o non sa di niente. La fretta è proprio il nemico numero uno della qualità. È quella spinta che ti fa saltare i passaggi, che ti fa dimenticare le chiavi di casa o che ti fa rispondere male a qualcuno senza un vero motivo. Eppure, viviamo in un mondo che ci chiede di correre sempre, come se ci fosse un premio finale per chi arriva primo a fare tutto e niente.
Il senso di andare di “pressa”
Ma perché corriamo così tanto? Se ci fermiamo un attimo a pensare, spesso non c’è nemmeno una ragione valida. È come se fossimo entrati in un meccanismo dove fermarsi sembra una colpa. Ma la saggezza popolare ci avvisa: chi va di fretta, inciampa. È scientifico. Il cervello ha bisogno dei suoi tempi per elaborare le informazioni e le mani hanno bisogno di calma per lavorare bene. Quando forziamo i tempi, la precisione va a farsi benedire e ci ritroviamo con i “figli ciechi”, cioè con lavori fatti male che dobbiamo pure rifare daccapo.
Io penso che questo detto sia un invito a godersi il percorso. Se stai sempre a guardare l’orologio, ti perdi tutto quello che succede mentre stai andando. È una questione di attenzione. La gatta della storia non è cattiva, è solo ansiosa. E l’ansia è cattiva consigliera, ti fa vedere traguardi dove invece ci sono solo inciampi. A volte basta fermarsi un secondo, fare un respiro e dire: “Ma dove sto andando?”. Vedrai che quasi sempre non c’è nessuna urgenza reale che giustifichi tutta quella velocità.
Mettere in pratica la calma della gatta
Ma come si fa a rallentare quando tutto intorno a te corre? Non è facile, però si può imparare. Inizia dalle piccole cose. Se devi cucinare, non farlo mentre guardi il telefono o pensi a quello che devi fare domani. Concentrati sull’acqua che bolle, sull’odore della cipolla che rosola. Mettici la cura. Fare le cose con calma non significa essere lenti o pigri, significa essere intelligenti. Significa voler fare le cose fatte bene una volta sola, senza doverci rimettere le mani perché abbiamo sbagliato qualcosa per la fretta.
Un’altra cosa che ho imparato è che dire di no a qualche impegno non è un peccato. Spesso corriamo perché vogliamo fare troppe cose insieme. Ma se ne fai dieci e le fai tutte male, che senso ha? Meglio farne due, ma farle così bene che quando le guardi sei soddisfatto. Bisogna avere il coraggio di essere “lenti” in un mondo di veloci. Alla fine della fiera, chi cammina piano vede il paesaggio, chi corre vede solo una striscia d’asfalto sfuocata. E noi non siamo mica macchine da corsa.
In fondo, la vita non è una gara di velocità, ma una camminata di piacere. La prossima volta che senti quella spinta a correre senza motivo, ricordati della gatta e dei suoi piccoli. Fatti un caffè, siediti due minuti e aspetta che la frenesia passi. Tanto, quello che deve succedere succede, e se lo accogli con calma lo gestisci pure meglio. Meglio arrivare cinque minuti dopo con la camicia pulita che arrivare primi coperti di caffè, no?





