Il caso sta tenendo banco da giorni ed è scoppiato dopo che una bambina nata con la Pma è poi risultata geneticamente estranea alla coppia che la sta crescendo. È accaduto nel centro di Procreazione mediamente assistita dell’ospedale San Paolo di Napoli e ora altre quattro famiglie chiedono chiarimenti sui propri embrioni congelato.
Mentre Nas e Procura stanno lavorando per ricostruire nei dettagli quanto è accaduto, tre coppie coinvolte potrebbero ora chiedere le proprie cartelle cliniche e i documenti relativi agli embrioni conservati al centro. Una quarta famiglia, secondo quanto riferito dall’avvocato Francesco Petruzzi, avrebbe ricevuto una telefonata nella quale sarebbe stato chiesto il gruppo sanguigno del figlio nato attraverso la fecondazione assistita.
La vicenda giudiziaria resta aperta e dinamica dell’errore ed eventuali responsabilità devono ancora essere accertate.
Come detto, il caso nasce da una coppia che aveva deciso di avere un secondo figlio utilizzando uno dei propri embrioni crioconservati al San Paolo. La bambina è nata nel giugno 2025.
Il gruppo sanguigno è risultato estraneo a quello dei genitori e un successivo test del dna ha indicato che la bambina biologicamente appartiene a un’altra coppia. I genitori l’hanno riconosciuta e la cresceranno. Contemporaneamente però, hanno presentato un esposto per capire cosa sia accaduto durante il percorso di fecondazione assistita.
L’indagine è affidata ai Nas e coordinata dalla Procura partenopea, con il procuratore aggiunto Antonio Ricci e la sostituta Stella Castaldo.
Da quel primo caso sono arrivate altre richieste. Una coppia ha già avviato un procedimento civile, con udienza prevista a settembre. Secondo quanto riferito al Corriere del Mezzogiorno, tra le famiglie che chiedono chiarimenti ci sono coppie che indicano rispettivamente due, tre e quattro embrioni dei quali vogliono conoscere con certezza la collocazione. La quarta famiglia avrebbe invece riscontrato una differenza tra il numero di embrioni che ricorda di aver lasciato in custodia e quello successivamente comunicato dal centro.
Secondo il legale Petruzzi, alla quarta coppia sarebbe stato chiesto anche il gruppo sanguigno del figlio già nato. Questo elemento alimenta nuovi interrogativi, ma qualsiasi collegamento biologico con la bambina al centro dell’inchiesta richiede verifiche genetiche e giudiziarie.
È qui che entra in gioco la parola centrale dell’intera vicenda: tracciabilità. In poche parole, un centro di procreazione assistita deve poter ricostruire in ogni momento il percorso di cellule riproduttive ed embrioni. Sapere cioè, da chi provengono, dove vengono conservati, quali procedure subiscono e a quale trattamento vengono destinati.
Il Centro nazionale trapianti spiega che i centri Pma, proprio perché raccolgono e conservano cellule riproduttive, devono rispettare specifici requisiti di qualità e sicurezza e vengono sottoposti a verifiche periodiche da CNT e Regioni.
Le norme europee impongono sistemi capaci di seguire tessuti e cellule dal momento della raccolta fino all’utilizzo e in senso inverso; i dati necessari alla ricostruzione devono essere conservati per almeno 30 anni.
Nel caso di Napoli, gli accertamenti dovranno stabilire attraverso documenti, codici, registrazioni e passaggi di laboratorio quale embrione sia stato scongelato e trasferito, a quale coppia appartenesse e dove si trovino quelli oggi richiesti dalle altre famiglie.
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